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Divisare - Projects Latest Updates

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  • 04/16/15--03:29: Shoubi Hutong - Modourbano
  • Housing complex in Jiaodaokou area.

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Render 01

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Concept

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Render 02

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Concept

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Section

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Render 03

    Modourbano — Shoubi Hutong

    Render 04


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    Rinnovo del precedente locale ristorante a pizzeria gourmet.

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    il nuovo logo

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    stato di fatto prima dell'intervento

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    stato di fatto prima dell'intervento

    Cristiano Loberti Architetto — A06

    stato di fatto prima dell'intervento


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    Ester Bruzkus and Patrick Batek have designed a concise and clear-cut residential loft for an internationally active photographer and his partner in a former hat factory in Berlin-Kreuzberg. A well-lit space was created that refers to the industrial history of the building in its smooth gray concrete floors and its exposed ceiling structure. At the same time, cleverly designed built-in furniture with matt surfaces conceals from view anything that might disturb the eye. The kitchen, dining and living zones form one spacious unit, leading off with a large kitchen block made of green forest marble. Once again, here there is a place for everything: all kitchen equipment is neatly concealed from view under the kitchen block, while a long sideboard with plenty of shelf space serves as a modern larder. The private living zone is marked by a double doorway. Here the concrete and matte paint finishes are complemented by warm oak parquet. But rather than being a floor material, here the parquet is used as panelling on the bedroom to bathroom wall, continuing through to also clad the bathroom walls.

    Bruzkus Batek Architekten — Photographer's Loft

    Kitchen

    Bruzkus Batek Architekten — Photographer's Loft

    Kitchen

    Bruzkus Batek Architekten — Photographer's Loft

    Bedroom

    Bruzkus Batek Architekten — Photographer's Loft

    Bathroom

    Bruzkus Batek Architekten — Photographer's Loft

    Living room


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    progetto

    Alessandra Malfitano — CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE ED IL MIGLIORAMENTO DELLA FRUIZIONE DELLE AREE ESTERNE DEL COMPLESSO FIERISTICO DI MESSINA

    Alessandra Malfitano — CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE ED IL MIGLIORAMENTO DELLA FRUIZIONE DELLE AREE ESTERNE DEL COMPLESSO FIERISTICO DI MESSINA

    Alessandra Malfitano — CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE ED IL MIGLIORAMENTO DELLA FRUIZIONE DELLE AREE ESTERNE DEL COMPLESSO FIERISTICO DI MESSINA

    Alessandra Malfitano — CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE ED IL MIGLIORAMENTO DELLA FRUIZIONE DELLE AREE ESTERNE DEL COMPLESSO FIERISTICO DI MESSINA

    Alessandra Malfitano — CONCORSO DI IDEE PER LA RIQUALIFICAZIONE ED IL MIGLIORAMENTO DELLA FRUIZIONE DELLE AREE ESTERNE DEL COMPLESSO FIERISTICO DI MESSINA


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    La riqualificazione urbana

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Il parco ed il centro civico

    Il progetto oggetto del concorso si propone come importante occasione di riqualificazione di un’intera trama urbana e come volano di sviluppo socio-culturale nella città di Villacidro. Il progetto del Parco della cultura e del nuovo centro civico, nasce prima di tutto come idea : proporre un grande giardino urbano all’interno del quale inserire in modo armonioso il nuovo edificio del centro civico, che si relaziona continuamente, tanto a livello visivo come fisico, con il verde dell’intorno. La proposta presentata a livello si riqualificazione della viabilità urbana, prevede il rispetto del disegno già approvato dall’amministrazione con la nuova rotonda di Piazza Rondò, cercando di leggere e approfondire, migliorandone, le sue qualità ambientali ed architettoniche. L’area delimitata da Via Carceri, Via Giovanni XXIII e Via Vittorio Emanuele, connettendosi con la Via Giuseppe Dessì, intende proporsi come cerniera urbana e polo culturale, proponendo un’ alta qualità ambientale grazie alla forte presenza del verde. In fase di analisi dello stato di fatto attuale, si sono evidenziate infatti le problematiche urbane caratterizzate principalmente da una scarsa qualità dello spazio strada per la quasi totale assenza di percorsi pedonali. Si cerca quindi di proporre un disegno dello spazio urbano caratterizzato da un’attenta progettazione dei percorsi pedonali e ciclabili con l’introduzione di sistemi alberati tra le corsie carrabili che propongo un doppio vantaggio: diminuire la velocità media di transito riducendo pericoli ed inquinamento acustico e generare cerniere verdi in grado di connettere visivamente il nuovo giardino della cultura con le preesistenze verdi del parco pubblico. Si intende infatti grazie al disegno dei limiti permeabili del Parco della cultura di ampliare il sistema strada ma non per aumentare le corsie di transito che rimarrebbero della larghezza originale ma per migliorarne la qualità ambientale attraverso l’inserimento di spazi verdi.L’area di progetto si propone quindi come polmone verde altamente permeabile, grazie alla completa eliminazione del muro di cinta che ne riduceva la fruibilità e opprimeva le strade circostanti, creando una barriera opaca su via Giovanni XIII che impediva la visione verso valle non potendo approfittare degli splendidi scorci che un territorio dotato di pendenze può offrire e opprimeva la via Carceri, stringendola e generando una cieca quinta urbana. Il nuovo progetto di riassetto prevede invece una lettura della morfologia del terreno originale dell’orto botanico, collegando la Piazza Rondò con l’ aranceto vicino al Palazzo Vescovile. Come si evidenzia negli elaborati grafici il Parco della cultura e il Nuovo centro civico si propongono come elemento di connessione con il Palazzo Vescovile e le Antiche Carceri. Attraverso il giardino, o i nuovi percorsi pedonali di via Carceri o di via Giovanni XXIII si può raggiungere infatti la zona dell’aranceto del Palazzo Vescovile dove si propone la realizzazione di un intervento di riqualificazione della struttura delle carceri con la creazione di uno spazio dedicato ai giovani ed alla collettività; il rifacimento del campo da calcio, un’adeguata pavimentazione alternata ad un attento disegno del verde in continuo dialogo con le piante dell’aranceto potrebbe definire infatti, con interventi semplici ed economici, un nuovo spazio a disposizione della collettività e direttamente collegato con il Palazzo Vescovile, le ex-carceri (ora spazio giovani) ed il nuovo centro civico, un nuovo spazio urbano all’interno di un triangolo dal forte carattere pubblico e sociale.

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Planimetria generale

    Tecnologia e risparmio energetico – Il sughero un materiale 100% naturale a Km0

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Il centro civico

    Le scelte tecnologiche sono state dettate da un attento studio del contesto e delle tradizioni costruttive locali e coniugate con un avanzato profilo di sostenibilità ambientale ed economica. Il desiderio di inserire un edificio all’interno di un parco non si voleva infatti risolvere solo a livello morfologico e volumetrico ma anche a livello di materiali e finiture, rispettando le cromie, le tonalità e le rugosità che caratterizzano il panorama di Villacidro. Il bando di concorso infatti, in linea con le più moderne politiche di risparmio energetico, indirizzava l’attenzione verso un profilo di progetto di bioedilizia che riducesse l’uso di tecnologie non rinnovabili. Si propone quindi una struttura altamente isolata in grado di ridurre le dispersioni di calore durante l’inverno, riducendo quindi il fabbisogno di energia termica durante il periodo di riscaldamento grazie alla elevata caratteristica resistiva della tecnologia a cappotto in sughero. Inoltre l’accoppiamento di un cappotto naturale ad alta densità e delle pareti in calcestruzzo pieno, rispetto ad altre tecnologie, garantisco al pacchetto di involucro elevate prestazioni in termini capacitivi, provocando uno sfasamento dell’onda termica in regime estivo in grado di fare funzionare per un periodo ridotto il sistema impiantistico, evitando il surriscaldamento estivo e riducendo i costi energetici della struttura. L’analisi dei diversi materiali isolanti ha portato verso la scelta di un sistema a cappotto naturale in sughero espanso con caratteristiche uniche perché tra i pochi prodotti in grado di fornire un alto isolamento invernale (in linea con i valori dei pannelli tradizionali) e un ottimo comportamento in fase estiva. Il sughero viene infatti definito come il materiale ideale per l’ambiente sardo ed il suo clima durante tutto l’anno. I pannelli in sughero naturale infatti sono oggi all’avanguardia per una durabilità definita come illimitata e che azzera i costi di manutenzione grazie alle sue naturali caratteristiche di corteccia. I pannelli a vista in sughero infatti non risentono delle intemperie ne degli sbalzi termici, non necessitano di tinteggiatura né di lavaggio. Le differenti esperienze di applicazione di questo antico materiale, completamente naturale, hanno evidenziato i suoi vantaggi a livello termico, acustico ed ambientale: essendo completamente naturale, il sughero non produce nessun rischio per la salute ed è semplicissimo da applicare, come un comune sistema a cappotto. Il colore del sughero, come i numerosi interventi costruiti testimoniano, permette di conferire all’edificio un carattere elegante e sobrio, in continuo dialogo con le cromie naturali dell’intorno naturale. La scelta del sughero come materiale di rivestimento e di isolamento è dettata anche dalla geografica vicinanza con le zone di produzione introducendo il concetto di materiale a Km 0 che comporta innumerevoli vantaggi tra i quali: riduzione dei costi di trasporto e del consumo di energia e conseguente inquinamento, sviluppo delle economie-locali di micro e media scala, valorizzazione di un terroir (legame con la terra e con la tradizione) che favoriscono il senso di appartenenza dell’edificio al luogo ed alla società locale. Si propone quindi il volume dell’auditorium come completamente rivestito nelle sue parti opache da pannelli in sughero faccia a vista, mentre per il volume del basamento, con i laboratori, i camerini, la zona ristoro ed i servizi, viene proposto, oltre al cappotto in sughero, un rivestimento in piastre di pietra locale che permette di collegare l’edificio alla terra, riproponendo gli antichi muri a secco in pietra tipici del panorama locale. L’edificio così risulta incastonato nel terreno, un elemento di contenzione del verde sul quale si appoggia, leggero, il volume dell’auditorium caratterizzato dal colore bruno del sughero. Il progetto relativo ai piani dei parcheggi prevede la realizzazione in tecnologia bi-lastra per i muri controterra e solai in predalles per le partizioni orizzontali; questo per consentire ampia velocità di posa e pulizia al fine di effettuare le lavorazioni di cantiere relative alla fase costruttiva più delicata in un intervento nel minor tempo possibile, ovvero le fasi di scavo, reinterro e costruzioni sotto il livello del terreno, che rappresentano alcuni tra gli eventi più incerti nella fase realizzativa essendo estremamente legati alle condizioni metereologiche. Tutti gli altri elementi verticali e orizzontali della struttura del fabbricato sono previsti in calcestruzzo armato pieno con solai a piastre in grado di garantire con spessori notevolmente ridotti rispetto alla tecnologia tradizionale con travetti e pignatte elevate capacità di carico e rapidi tempi di esecuzione ed alta ottimizzazione del processo costruttivo. Il calcestruzzo inoltre, grazie alla sua massa, garantisce elevate prestazioni di isolamento acustico di facciata. Le coperture vengono previste a tetto verde, sistema costruttivo che riduce al minimo la necessità di manutenzione (una struttura viva), che permette di ridurre le dispersioni in inverno, grazie alla presenza dello strato di terra vegetale, e di mantenere fresco il tetto durante l’estate. Il tetto del basamento inoltre, grazie alla presenza del verde, permette di fondere le volumetrie con il terreno, con percorsi pedonali che dal parco della cultura portano i visitatori fino al livello delle terrazze e della galleria dell’auditorium per poter godere del panorama circostante. Grande attenzione viene rivolta anche alla progettazione impiantistica che prevede un sistema di generazione energetica a pannelli fotovoltaici montati sulla copertura dell’auditorium e quindi non visibili e rivolti verso le migliori inclinazioni solari, con una potenza installata di 50 kW combinato con un sistema di pompa di calore aria-aria ad alta efficienza (COP 3,2) che permette la produzione di oltre 150 kw termici. L’approvvigionamento di energia per gli impianti elettrici può essere garantito eventualmente anche da piccoli generatori di micro-eolico anch’essi installati sul tetto dell’auditorium, dopo attento studio dei flussi di vento. Vanno previste in fase di progettazione tutti gli impianti elettrici (standard e speciali) necessari all’adeguato funzionamento del nuovo centro civico come: impianto di messa a terra, distribuzione, quadri elettrici, impianto di illuminazione normale, impianto di illuminazione di emergenza ,impianto di utilizzazione, alimentazione di emergenza ,impianti speciali, rivelazione fumi ,trasmissione dati, TVCC e antintrusione. L’obiettivo in generale è quello di ridurre i consumi di gestione dell’edificio anche grazie ad una forma compatta a livello volumetrico ideale per ridurre ponti termici e dispersioni dell’involucro. Questa attenzione si rivolge anche verso il comfort ambientale interno garantito da temperature costanti e controllate attraverso un sistema di raffrescamento e riscaldamento a tutt’aria in grado di portare tutti i parametri di comfort interno agli ambienti ai valori desiderati in poco tempo, un’alta qualità dell’aria priva di elementi inquinanti (materiali naturali come il sughero privi di colle chimiche e di sottoprodotti del petrolio), grande comfort acustico garantito dai sistemi in sughero, e uso consapevole e controllato della luce naturale. La necessità di mettere in continua relazione gli spazi interni con il parco della cultura ha suggerito infatti la necessità di prevedere per la facciata principale sistemi vetrati coniugando una necessità visiva con una alta prestazione tecnologica. Per questo motivo viene previsto un sistema di schermatura della facciata a lame orizzontali, combinato con vetrate con infissi a taglio termico e vetri selettivi, che permette di ridurre notevolmente il surriscaldamento estivo (quando il sole si trova più alto rispetto all’orizzonte), senza perdere durante l’inverno (quando il sole percorre una traiettoria più bassa) gli apporti gratuiti che permettono di ridurre l’energia termica necessaria al riscaldamento. Nelle aree degli interrati vengono previsti i locali tecnici e la sala macchina necessari.

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Sezione longitudinale

    Il Parco della cultura – La riqualificazione dell’orto botanico

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Inserimento morfologico

    Un’attenta analisi dell’orto botanico ha permesso di leggere e preservare lo spirito del luogo (il genius loci) sia nel rispetto delle specie arboree preesistenti che nella morfologia del luogo. Il sistema a terrazze dell’orto permette infatti di fondere il verde con la naturale pendenza del terreno. Il disegno dei muri in pietra garantisce una lettura mimetica dell’antico orto e la possibilità di piantumare le terrazze con essenze tematiche. Il terreno quindi viene letto poeticamente, reinterpretato e sfruttuato per disegnare un parco ed un centro civico che armoniosamente si sviluppano in sezione, nascondendo le parti di servizio come i depositi ed i parcheggi, limitando gli scavi e quindi il consumo di energia e di risorse necessarie all’intervento. Il nuovo parco si collega visivamente con il parco pubblico esistente attraverso le tracce verdi dei nuovi viali alberati come Via Giovanni XXIII, aumentando l’impronta verde sulla città. Visivamente si disegna un nuovo grande parco che cresce con la naturale pendenza dell’intorno e da Piazza Rondò collega il parco pubblico con l’aranceto ed il nuovo spazio giovani nell’area delle Ex Carceri. Il disegno dello spazio verde, che parte dai percorsi pedonali eliminando il vecchio muro di cinta, connette, senza soluzione di continuità, la Via Carceri con la via Giovanni XXIII garantendo un’ottima qualità ambientale per tutta l’area senza pregiudicare i percorsi carrabili. Si prevedono piantumazioni di alberi da frutto come da antiche testimonianze che vengono riportate dalla committenza, alberi di Pesco, Mandorli, Fichi, Olivi e Ciliegi si combinano con piante profumate della macchia mediterranea che impreziosiscono l’esperienza sensoriale di una passeggiata tra le terrazze del Parco della cultura. Un attento disegno delle pendenze e dei percorsi pedonali permette l’accessibilità alle varie zone del parco, attraverso un sistema di rampe lungo la via Giovanni XXIII che si collega con l’accesso a livello inferiore attrezzato con ascensori. Il marciapiede non si disegna come semplice spazio di passaggio, ma come occasione per attraversare uno spazio gradevole, allargandosi nella parte inferiore del parco, verso la fine di via Giovanni XXIII. La via Carceri si allarga notevolmente con il disegno di un percorso pedonale che collega la piazza Rondò direttamente con l’aranceto ed il nuovo spazio giovani dietro il Palazzo Vescovile.

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Pianta accesso

    Il nuovo centro civico – il programma funzionale

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Pianta primo piano

    Sulla base delle indicazioni programmatiche del bando e della documentazione preliminare allegata viene previsto un edificio compatto, localizzato nella parte nord-ovest del terreno oggetto del concorso. Il nuovo centro civico si propone come elemento all’interno del Parco della cultura con percorsi pedonali di avvicinamento che permettono di comprendere la volumetria nella sua completezza attraverso scorci prospettici sempre differenti. Per ottimizzare costi, tempi e ridurre al minimo l’impatto sulla permeabilità del terreno, si prevede un sistema con parcheggi interrati costruiti sotto l’edificio del nuovo centro civico. Dopo un attento ed approfondito studio della macro e micro-viabilità, sulla base del progetto già proposto per la zona di Piazza Rondò si propone di prevedere su Via Carceri, a senso unico da Piazza Rondò, l’accesso carrabile ai parcheggi sotterranei che si sviluppano su due livelli con un’uscita su Via Giovanni XXIII. Questo sistema permette di evitare incroci, deviazioni, e code durante le ore di punta (inizio e fine spettacoli o conferenze) garantendo un traffico fluido e la possibilità di utilizzare i parcheggi anche al di fuori dell’orario di apertura del Centro civico. Sempre da via Carceri, viene previsto l’accesso di servizio a traffico limitato per eventuale trasporto di attrezzature pesanti e materiali di scena che porta fino alla zona di carico e scarico. Si prevede quindi un sistema circolare di fluidi della viabilità ottimale per evitare problematiche legate al traffico, approfittando della originale pendenza del terreno. L’idea di disegno della pianta prevede un corpo centrale su due altezze che ospita la sala con i 300 posti divisi tra platea e galleria, servite da un ampio foyer a doppia altezza che connette le varie parti dell’edificio. Il grande foyer accoglie gli spettatori e gli utenti del centro civico con la zona bar-ristoro e tutti i servizi di accettazione (biglietteria, bookshop, guardaroba e servizi igienici). Attorno al corpo principale della sala si sviluppa tutto il resto del programma: un’ala dedicata ai laboratori, aperta verso una parte riparata del parco, per evitare disturbi durante le attività culturali , sfruttando alberature a foglie caduche per proteggere dai caldi raggi estivi le aperture e permettere di sfruttare durante il periodo invernale gli apporti gratuiti. Le aree dei laboratori sono connesse tra loro e direttamente accessibili sia dal foyer principale, sia dagli spazi tecnici del palcoscenico in modo da garantire ampia flessibilità e fruibilità per tutti gli spazi. L’area destinata alle riunioni ed alle proiezioni per trenta persone si localizza nei pressi dell’ingresso e della zona bar in modo da poter eventualmente garantire anche funzionamenti parziali della struttura a seconda delle necessità. Tutte le aree dei camerini e di servizio si sviluppano invece su via Giovanni XXIII, con posti auto riservati agli addetti direttamente accessibili dalla strada. La zona del retropalco si collega direttamente con i depositi ed i laboratori e la zona di carico e scarico alla quale si accede direttamente dalla parte posteriore del lotto di progetto. Il livello superiore del foyer, con la galleria e la sala di proiezione , si affaccia sulla doppia altezza dell’ingresso, su una terrazza direttamente collegata attraverso sistemi pedonali con l’aranceto ed il Nuovo spazio giovani nell’area Ex Carceri. Dalla terrazza e dal foyer superiore si può godere di un eccezionale panorama, sul nuovo Parco della Cultura, e su tutto l’intorno. La sala con i 300 posti, accessibile dal foyer inferiore e da quello superiore attraverso ascensori e scale offre uno spazio altamente flessibile ed in grado di ospitare tutti i tipi di manifestazione che una moderna struttura di questa capienza possa proporre: un ampio palcoscenico dotato di retropalco e sottopalco, una torre scenica dotata di passerelle e graticci attrezzati, spazio per quinte e sipario, il tutto collegato funzionalmente con le aree dei camerini, dei laboratori e dei depositi. La sala regia e priezione, localizzata sopra la galleria permette di controllare i sistemi di illuminazione, suono e proiezione, come richiesto dal programma del bando. Per garantire ottime prestazioni acustiche, il disegno della sala prevede il rispetto dei migliori standard in materia di rivestimenti per contropareti e controsoffitti attrezzati, che disegnano lo spazio e ne caratterizzano le cromie. Vengono previsti posti riservati a persone con mobilità ridotta sia in platea che in galleria. Gli standard di sicurrezza vengono rispettati attraverso sistemi di controllo automatici ed uscite di sicurezza sui due livelli.

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Foyer

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    Foyer

    Michele Bevivino, Irene Martinez Temporal, Gonzalo Alurralde, Giacomo Satta — Centro civico comunale e riqualificazione dell’area urbana circostante. Villacidro

    La sala dell'auditorium


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    With its high-quality minimalism and conceptual clarity, the interior design of the Steffen Schraut Studio mirrors the exquisite standards set by this fashion house. This studio is easily distinguished from other run-of-the-mill stores. Bright, reflective cubes form a central sculptural display against a black-carpeted background. The fashion is displayed on unadorned rails against a neutral rosé backdrop. The palette of materials has been selected with detail and precision in mind. Gold and silver-coated surfaces, ash detailing, a handmade cow-hide rug and slim tubular steel in black; all are combined against fields of colour to create the Steffen Schraut Studio’s unique interior.

    Bruzkus Batek Architekten — Steffen Schraut

    Shop

    Bruzkus Batek Architekten — Steffen Schraut

    Store display

    Bruzkus Batek Architekten — Steffen Schraut

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    Bruzkus Batek Architekten — Steffen Schraut

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    Bruzkus Batek Architekten — Steffen Schraut

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    Bruzkus Batek Architekten — Steffen Schraut

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    Intervento di Restauro, recupero e consolidamento statico su di un edificio storico vincolato nel complesso monumentale di Villa Bellavista, nel Comune di Buggiano (PT), di proprietà dell’Opera Nazionale di Assistenza del Personale dei VV.F., per adeguarlo alle nuove esigenze funzionali di una struttura ricettiva senza alterare le caratteristiche architettoniche e strutturali originarie del complesso.

    Fabrizio Ventura, Paolo Argenti Pittaluga, Ing. Benedetto Mancini, CO.RE.Ingegneria S.r.l. — Adeguamento funzionale a struttura alberghiera Fattoria Medicea - Borgo a Buggiano (PT)

    Lavori completati in data 17.02.2009

    Fabrizio Ventura, Paolo Argenti Pittaluga, Ing. Benedetto Mancini, CO.RE.Ingegneria S.r.l. — Adeguamento funzionale a struttura alberghiera Fattoria Medicea - Borgo a Buggiano (PT)

    corte interna durante i lavori

    Fabrizio Ventura, Paolo Argenti Pittaluga, Ing. Benedetto Mancini, CO.RE.Ingegneria S.r.l. — Adeguamento funzionale a struttura alberghiera Fattoria Medicea - Borgo a Buggiano (PT)

    l'esedra nella corte interna

    Fabrizio Ventura, Paolo Argenti Pittaluga, Ing. Benedetto Mancini, CO.RE.Ingegneria S.r.l. — Adeguamento funzionale a struttura alberghiera Fattoria Medicea - Borgo a Buggiano (PT)

    dettagli rivestimento in pietra serena rampa

    Fabrizio Ventura, Paolo Argenti Pittaluga, Ing. Benedetto Mancini, CO.RE.Ingegneria S.r.l. — Adeguamento funzionale a struttura alberghiera Fattoria Medicea - Borgo a Buggiano (PT)

    la pavimentazione della corte interna

    Fabrizio Ventura, Paolo Argenti Pittaluga, Ing. Benedetto Mancini, CO.RE.Ingegneria S.r.l. — Adeguamento funzionale a struttura alberghiera Fattoria Medicea - Borgo a Buggiano (PT)

    dettaglio della pavimentazione in pietra


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  • 04/16/15--07:39: Minĭmus - Emanuela Gallon
  • Appartement rénovation

    Emanuela Gallon — Minĭmus

    Emanuela Gallon — Minĭmus

    Emanuela Gallon — Minĭmus

    Emanuela Gallon — Minĭmus

    Emanuela Gallon — Minĭmus

    Emanuela Gallon — Minĭmus

    Emanuela Gallon — Minĭmus


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    Bruzkus Batek Architects like to describe their interior design concept for the “Amano” Hotel as “mix & match”. This new-build finely complements Rosenthaler Straße’s older existing buildings, while inside contrasting elements are combined into a harmonious whole in a similar way. The lobby zone in the spacious hall is reminiscent of historic Grand Hotels with velvet-covered furniture, antique-style carpets and panelled back-lit columns – all be it with a modern twist. In the adjoining breakfast area, neon-red handmade vintage chairs and a wooden table dominate the space. The mix of styles continues in the upper floors. In the simple, pure white corridors, a purpose-made patchwork carpet of “classical” hotel patterning ensures a contemporary and refreshingly new interpretation of the Grand Hotel motif. The 115 standard rooms and 48 apartments are furnished using a clear, modern formal language and a restrained colour scheme. Very few, but thus even more striking accents of colour and exquisite vintage-style furniture continue the “mix & match” concept here in a consistent way.

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Reception

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Kitchen

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Bedroom

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Bedroom

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Bedroom

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Bar

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Bathroom

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Restaurant

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Corridor

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Lobby

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Conference

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Conference

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Roof-deck

    Bruzkus Batek Architekten — Amano Hotel

    Lobby


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    Entry for the 2015 Progetto Flaminio Roma competition.

    Keith Williams Architects — Progetto Flaminio

    Bird's Eye View - Keith Williams Architects

    Keith Williams Architects — Progetto Flaminio

    Masterplan - Keith Williams Architects


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  • 04/16/15--08:02: V-DACIA - Emanuela Gallon
  • New Dacia project renovation

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA

    Emanuela Gallon — V-DACIA


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    Ester Bruzkus and Patrick Batek were commissioned by AZIMUT to develop the new vision for their international chain of hotels. Remaining true to their high aspirations and to their restrained style, the architects have created a series of modern and charming 3-star-plus hotels with a warm yet simple atmosphere. The AZIMUT Ufa lies at the entrance to the Ural, in the capital city of the Republic of Baschkortostan. The concept was installed storey for storey, and openened to greet guests in 2013 with golden reception block, dark floors and lighter oak panelling welcome the incoming guests. Lighted vintage-lettered signs in different colours and sizes combine to create eye-catching installations that show the way to the reception, restaurant or bar. In the “Living Lobby” distinctive areas defined by carpeting, bookshelves and glass walls, form zones where guests, mostly business travellers, can work or relax. Ester Bruzkus and Patrick Batek designed the furniture and lighting in the public spaces themselves, and these complement the welcoming atmosphere of the hotel that has been achieved with decorative objects curated by komdo.co. In contrast to the bright atmosphere on the ground floor, the corridors are kept dark. A carpet with a geometric pattern designed by Bruzkus Batek absorbs any noise. The illuminated floor numbers correspond to the vintage lettering used in the lobby. The decor of the rooms follows on from the “smart-concept” developed by the architects: to use limited space in a highly functional way. The entrance area – the “Bath Box”– welcomes guests with its slightly lowered ceiling and a dark tiled floor. These tiles extend into the adjoining bathroom where the walls are lined with plain white tiles: simultaneously modern and classic. Moving into the room the geometric carpet appears again on the floors; in this way the guest rooms are pleasantly divided into two zones. Bruzkus Batek designed the furniture for maximum use of space and comfort. This includes the pale wood furniture such as the desk and bench that form a combined module, or the space-saving row of clothes hooks that runs the length of the room, for jackets, jewellery, bags or anything else as needed. Both the sliding door to the bathroom and the padded headboards pick up the aubergine tone of the public areas, and the bright, warm materials create a cosy atmosphere. The “smart-concept” means that guests find modern rooms with all the comforts expected from a hotel. With this Bruzkus Batek fulfils one of AZIMUT’s requirements: that the rooms be designed so that all the furniture can be manufactured in advance without knowing the exact room dimensions while still maintaining high quality design standards.

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Reception

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Corridor

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Lobby

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Lobby

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Luggage space

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Lobby

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Lobby

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Bedroom

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Corridor

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Lobby

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Luggage space

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Corridor

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Lobby

    Bruzkus Batek Architekten — Azimut Ufa

    Lobby


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  • 04/16/15--08:57: M_HOUSE - Emanuela Gallon
  • New residential building

    Emanuela Gallon — M_HOUSE

    Emanuela Gallon — M_HOUSE

    Emanuela Gallon — M_HOUSE

    Emanuela Gallon — M_HOUSE

    Emanuela Gallon — M_HOUSE

    Emanuela Gallon — M_HOUSE

    Emanuela Gallon — M_HOUSE

    Emanuela Gallon — M_HOUSE


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    Intervenire su una porzione di città per definire progettualmente una volontà di trasformazione di un contesto dove l’edilizia speculativa ha riempito i vuoti in modo incontrollato, implica una serie di problematiche che devono nel miglior modo essere assimilate per poterle successivamente risolvere.

    Giuseppe Todaro — LEROSSETORRI

    Edificio A

    Questo è di primaria importanza ed è quello attorno al quale ruota il principio insediativo e i successivi processi che hanno portato alla formalizzazione del caso in esame: LEROSSETORRI.

    Giuseppe Todaro — LEROSSETORRI

    LEROSSETORRI nel contesto urbano

    Nell’area oggetto dell’intervento erano presenti una serie di tensioni fra elementi variegati, tipici di una realtà marginale, e in più incombeva la presenza della Caserma Militare con la sua Torre d’acqua. Le costruzioni limitrofe navigavano attorno questo grande spazio orizzontale della Caserma, dove il muro di recinzione sottolineava la presenza di un limite invalicabile e la Torre d’acqua era l’unico gesto verticale.

    Il grande vuoto recintato fungeva da sfondo alle edificazioni che si scontravano con la forza del grande serbatoio. Volere dare o meglio riuscire a riformulare una identità urbana di un contesto, nel quale gli abitanti si muovono senza riferimenti, senza sentirsi appartenere ad una precisa realtà, è l’obiettivo principale al quale si cerca di dare una risposta chiara e leggibile.

    Dalla lettura dello stato di fatto e da un’accurata analisi si è tracciata la direzione del progetto e i punti sui quali soffermarsi con attenzione: connessioni, rapporto sfondo figura e identità urbana. L’intorno costruito ha generato degli input che sono stati assimilati e tradotti in output, continuamente verificati nel processo del progetto.

    Prendendo spunto dalla prescrizione di Piano (PRG), che prevedeva l’allungamento della strada che costeggia la Caserma e che avrebbe diviso il lotto vergine in due, si è pensato di progettare due edifici che avessero la funzione di porta e cerniera di interconnessione urbana.

    Vogliono essere due segni nel territorio trapanese che con la loro presenza mettono in luce quella volontà dell’atto progettuale, in un contesto che nell’ultimo ventennio non è stato in grado di acquisire una forma architettonica degna, che abbia un pensiero etico corretto e una ragione del fare città.

    L’edificio di abitazione, nelle città siciliane, presenta un’aberrazione procedurale e una ripetizione tipologico-formale che porta ad essere scettici sulla possibilità di costruire un’immagine dignitosa della città. Per tale ragione si è mirato a un progetto che vuole essere manifesto di una nuova generazione di professionisti che non si vogliono arrendere alle quotidiane difficoltà dell’esercizio professionale tout court.

    Tutto ciòè stato risolto con delle scelte ben precise: semplicità formale, uso del colore per accentuare la presenza urbana, recinto come limite fra pubblico e privato, linguaggio architettonico difforme dal contesto e accurata lettura del luogo per sintetizzare e risolvere le situazioni più complesse che ruotano attorno ad esso.

    Gli edifici vogliono essere due emergenze, due punti di riferimento dell’area nella quale sorgono, e occupano lo spazio in profondità appropiandosene. Si è cercato di mantenere esternamente l’immagine più pura possibile, infatti la presenza dei balconi è ridotta al minimo necessario, si utilizzano cavedi per impianti e infissi con sistemi di oscuranti interni. Si evita l’utilizzo del repertorio formale che normalmente viene utilizzato per l’edilizia residenziale isolana.

    LEROSSETORRI sono un atto di semplificazione nei confronti di un lotto di progetto con innumerevoli giaciture. Si tratta di una semplicità complessa fatta da volumi semplici che, nelle loro articolazioni e relazioni, diventano protagonisti della scena urbana. I due volumi compressi fra due Torri e attraversati da una strada diventano sistema e comunicano la loro presenza dando forma e riconoscibilità al luogo.

    Il colore diventa progetto, infatti definisce una voluta scomposizione formale – corpo scala rosso, solai grigi, parapetti rosa e blocco abitato bianco – e accentua la riconoscibilità del luogo nel tessuto urbano, tangibile anche attraverso la lettura dall’alto della città, favorita dalle possibilità di risalita sul monte Erice sia per via carrabile che funivia.

    Tutto vuole essere essenziale, dai colori dei volumi ai colori dei solai e dei balconi che identificano le loro rispettive funzioni e rendono riconoscibile lo spazio. Il colore viene utilizzato come strumento di identificazione formale delle diverse parti, vuole essere sintomo del desiderio di innovazione di questa città e diventa strumento di comunicazione del progetto nel territorio.

    Dal confronto con la Torre d’acqua prendono spunto le due torri rosse. La scritta LEROSSITORRI, in negativo sui rispettivi recinti dei due edifici comunica e divulga ai fruitori dello spazio, attraverso l’associazione del nome all’immagine costruita, l’intenzione urbana.

    Gli edifici fanno parte dell’immaginario cittadino e il loro segno facilmente riconoscibile si afferma come Landmark urbano. Sulla riuscita delle volontà insite nel progetto si ha conferma che gli abitanti della zona utilizzano LEROSSETORRI come elemento di orientamento e riconoscibilità urbana, ad esempio: “io abito vicino LEROSSETORRI”.


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    Si tratta di un edificio di tre piani, di circa 2.650 mq, caratterizzato da un alto contenuto tecnologico.

    Fabrizio Ventura — Ampliamento del Comando Provinciale VV.F. di Pisa

    vista interna corte coperta

    La particolarità di questo edificio sta nell’applicazione di una struttura di copertura realizzata con moduli fotovoltaici inseriti in vetrate isolanti strutturali che, attraverso un insieme sistematico di soluzioni tecniche, realizza l’applicazione dei principi dell’architettura bioclimatica.

    Fabrizio Ventura — Ampliamento del Comando Provinciale VV.F. di Pisa

    Vista esterna corte coperta

    Di particolare interesse tecnologico è la grande struttura vetrata progettata nel nodo di collegamento tra i diversi livelli e tra i due corpi di fabbrica, che risulta essere una vera e propria serra solare, dove sarà possibile avere un efficace controllo della temperatura ambientale grazie ad alcune aperture opportunamente posizionate, la cui movimentazione verrà gestita da un sistema di controllo automatico collegato a rilevatori di temperatura.

    Fabrizio Ventura — Ampliamento del Comando Provinciale VV.F. di Pisa

    vista interna corte coperta

    Inizio lavori: aprile 2009

    Fabrizio Ventura — Ampliamento del Comando Provinciale VV.F. di Pisa

    vista d'insieme

    Fabrizio Ventura — Ampliamento del Comando Provinciale VV.F. di Pisa

    cantiere

    Fabrizio Ventura — Ampliamento del Comando Provinciale VV.F. di Pisa

    cantiere


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    Top of Form
    For almost three decades Ernst Struwig lived in Venice. I met him in 1985 when he just arrived in Italy, during the first design course given by Peter Eisenman at IUAV (University of Architecture in Venice), in which he participated and I collaborated as teaching assistant. In 2012 I said goodbye to a colleague, after years of working with me as teaching assistant and in my practice in Venice. 
These biographical references are only to justify that my presence at the NMMU is not just by chance, but by a bond. A bond of friendship and esteem towards a person who had to struggle a lot in life but notwithstanding never losing his dedication for architecture. Or perhaps it can be seen as the destiny of a story in which different lives and places are intertwined. So South Africa slowly decanted in my imagination through the almost daily rhythm of his familiar stories. Happy and painful memories, dreams and disappointments of life experiences.

    Renato Rizzi — Port Elizabeth

    The STRENGTH of SILENCE
    
Extension to the Nelson Mandela Metropolitan Art Museum (NMMAM) in Port Elizabeth.

    

The resistance of values​​.
    
But between South Africa and Venice, there is much more. Although far from the equator, between these two realities, flows an invisible energy. Something underground, and because of this it is even more powerful, uncontrollable. We are talking about an energy that belongs to the spirit of men like the soul of things: the “resistance”. That common substratum, which binds in the same way human virtues and natural powers. It is the same for us and for things. In fact, in the “resistance” coagulates the principle of conservation of life, of survival. For this reason, its intimate and profound core is indestructible, inexhaustible. Also because it does not depend completely on us. It is a metaphysical-universal condition which belongs to the origin. Its indominable powers nest inwards, are wedged in matter, are moulded in shapes. Mandela-Venice, have had, we can say without exagerating, something in common. 
In South Africa the “resistance” opposed apartheid. In Venice, the resistance opposed “segregation” from its own form. In both cases, the process of opposition has asserted itself thanks to a stubborn will, to an inflexible obstinacy. The purpose? To save or safeguard the identity. Of whom? Of man, of the city. Yet one is reciprocal to the other. In fact, the fundamental theme of “resistance” is superimposed by that of “coexistence.” Or rather, the forms of “coexistance”, human and urban. The presupposition of each civilization in its endless variations: political, civil, religious, cultural, economic, linguistic. 


    The resistance of names: Architecture, Nelson Mandela, Port Elizabeth.
    
An inalienable triad: we are in a faculty of “architecture”; in Port Elizabeth; faced with a unique name “Nelson Mandela” for two distinct locations: University and Museum (the theme of the workshop). 
What should be highlighted in this sequence relates to the permanence of the opposite powers which we find in the names and, consequently, their underlying meaning. 
The double root of “architecture”, converges: the uncontrollable (arché) and the controllable (techné). A bond completely ignored by our technical-scientific culture. In fact, the controllable (techné) has “segregated” the uncontrollable (arché). An epistemic paradox and therefore aesthetic. The profound and ignored cause of the insignificance of the project, of the formal banality. 
The figure of Nelson Mandela converges: the universal ideal and the spatial restriction. The value of freedom and the cell on Robben Island. Twenty-seven years of physical “segregation” and spatial isolation have allowed the translation of the universal ideal into a real condition, possible and perfectible. 
The name of Port Elizabeth converges: the pain of the individual and the suffering of the race. The irredeemable pain of a stranger (1) rises as a monument; pierces through the tragic pain of people; that pain which absorbs every color to become the “name” of a community, the “effigy” of a city.

    The resistance of places.
    
Port Elizabeth in the Indian Ocean. Robben Island in the Atlantic Ocean. Despite their distance the two places are connected by the same parallel, 33 degrees south. Their latitude differs by only 7 ’. That minimal physiological difference, which still allows (facilitating it) the passage from geographical coordinates to spiritual ones. As if the Cape of Good Hope (one of the three theological virtues) now proposes another type of passage: from the physical level to the metaphysical. From the immanence to the transcendence.
It’s been barely two centuries since the founding of P.E. Too short a time for the growth of a city, but long enough to reflect on its forms. On the forms of the values. And here emerges a huge paradox. The urban development of P.E. (2) has erased every metaphysical-transcendental dimension that has always been the soul of places. As always it was embodied in the spirit of the people. Eliminated the interiority of places, eliminated the interiority of people. Here is the big internal and metaphysical “segregation”, which is the work of the pragmatic-functional contemporary culture. As if the ideal line of the Cape of Good Hope had now become an impassable wall that splits in two the entire nation like the brains of people. No passages no connections.
P.E. was designed and built on the abstract and neutral idea of a flat space, homogeneous, continuous. Not of “place.” But the personality of “places” is there, present in the “resistance” of their forms. Their uncontrollable energy is perceptible in all matter. As it perceives the metaphysical-transcendental dimension through their geology. They are the invisible powers of the visible whole.

    

The outline of the project for the extension to the NMMAM
    The Museum situated at the entrance to St. George’s Park, at the top of the plateau overlooking the city and the ocean below, seems like an unexpected and significant paradigm compared to what has just been written. First of all, for the theme of “memory” that transcends any historical chronology. Then for the “two” pavilions. Their volume seem to incorporate pairs of opposing powers just described in the preceding three paragraphs: “values”, “names”, “places”. But only now we are able to outline the main features of the general program for the extension of the Museum. In fact, the project’s program is divided into two main areas, obviously, strongly interconnected.
    A- the program of the arché: epistemic-iconological; synthesis of the three paragraphs dedicated to “values​​”, “names”, “places”.
    
B- the program techné: pragmatic-functional; the space and performance requirements were drawn by management of NMMAM (3). 
The functional program (B) finds therefore its system in the epistemic program (A). While the epistemic program, through the method of models, predisposes the foundation of the formal language of the project. 
In fact, during the three weeks of the workshop seven preparatory models were developed (in different scales) for the study of the landscape and of the place, and eight models for the development of the new architectural proposal for the extension of the Museum.

    The purview of the project. 

    The theoretical links:
    
1 – the plan of the city generates the new “vision” of the park; 

    2 – the “vision” of the park generates the new “scene” of the Museum;
    
3 – the “scene” of the Museum generates the support of the “ideal”;
    
4- the “ideal” generates the substratum of the “real.” 


    
The spatial constraints of the Museum area: 

    1 – one of the most elevated areas of PE (approximately 100m above sea level);
    
2 – to the park entrance;
    
3 –facing east, towards the ocean;
    
4 – compressed between the road, the stadium and the cemetery

    The five figurative systems of the project: 



    The excavation.
    
 To translate the functional program in the purview of the project the first action to expect is an “escavation” (18 m. deep from the road level) large enough to contain the two main figures in the area: the museum and the cemetery. But the idea of the excavation contains within itself a principle far more radical than the simple physical action. It presupposes the principle of “inversion” of the urban process of P.E. No longer from the coast to the interior, but from the interior towards the coast. One does not “go up” to reach the heart of the city (the park and the museum), but from there one “goes down”. In this sense, the park and the museum take an unexpected role. That is the place from where the routes start a real and imaginative “regeneration” of P.E. The abstract idea has now crept into the geological veins of the landscape (the resistance of places), in the ethical ideal of the consciences (the resistance of values​​), in the epistemic principle of words (the resistance of names.)

    The routes.
    
St. George’s Park becomes the centre of irradiation of the routes. From the Glass House and along the edges of a developing threefold system of trails (pedestrian or not). Slightly sloping cutting into the ground converging naturally on the Museum. These then continue branching out towards the valleys below. The park then becomes not only the true grand entrance to the new museum, but also the system that restores pedestrian connections with the rich topography of the landscape.
    
The basement. 

    To keep the current location of the two pavilions projecting their outline downwards, up to the level-18m. The result is two monolithic bases, with a perimeter that must be slightly enlarged by approximately 2m, in support of the two architectures now pensile. This resulting 2m space is used to illuminate and ventilate the exhibition halls located inside and below. The blocks of the two pedestals will be covered with the same rocks from the excavation and will not have any opening on the sides. They will be treated in the same way as all other vertical and horizontal planes of the excavation. The overall image reflects the discovery of a forgotten geological landscape on which will flourish the forms of our time.

    The entrance. 

    At a level of -18m the two bases are joined by a 5m high volume forming a pensile square. From its centre of gravity rises a cylindrical volume in support of the War Memorial. The vertical axis of the entire composition. In fact, the entrance to the museum. At level -13m, on the square, converge all the routes that originate from the park to then flow down along the valley below. Inside the cylinder a dual system of independent ramps coils to connect level 0 to -18. At the top the exit is expected at the foot of the monument that rises like a rock in the middle of the “sea”.

    The “sea”.
    
The element never mentioned (and never forgotten): vegetation. And here goes another equation with a mathematical taste which instead is from a ‘biblical’ derivation.That which is taken away from nature is returned to nature. What is being taken away from the landscape is given back to the landscape. 
All the free surfaces of the excavation will be tree-lined so that once fully grown, the treetops, can cover the entire surface of the cavity. Moreover, at level ‘zero’, the foliage will be regularly pruned to form a thick horizontal expanse of green. The “Sea”: the big “scene” of the project. 
In this way three viewpoints are achieved.
    
A- going up from city: the two halls of the Museum and the war memorial appear exactly as they are at the moment;
    
B-on the ring of the street: the “arks” of the pavilions, the “rock” of the existing monument, the “raft” of the cemetery, floating like islands on the emerald coloured “sea” ; (and here re-emerges the memory of Robben Island) 

    C-going down from the park: a gradual immersion in “vegetative-water” to discover the unexpected geological landscape of the “Museum”. 

Ideal and real, pain and dreams, freedom and restriction, imagination and memory, chronology and timelessness: the powers-invisible images of the visible “museum”.

    Notes 

    1 – Indicate the name of the English Admiral.
    2 – This characteristic that belongs to all “modern” cities depends primarily on the domain imposed at a global level by Western knowledge.
    3 – Provide:
    1. A single building for the NMM Art Museum utilising the existing structures and adding what is necessary.
    2. Museum-standard storage and handling areas for the permanent collections.
    3. Enough exhibition space to allow for the permanent display of the permanent collections
    4. Exhibition space for temporary curated exhibitions and exhibition space for local artists
    5. State-of-the-art conservation facilities for paintings, works on paper and craft items.
    6. An auditorium and conference facilities
    7. Additional workshop areas for educational purposes in order to cater for all stakeholders.
    8. A restaurant/coffee bar on the premises.
    9. Additional office space.
    10. Visitor’s parking.
    11. Upgrading of security.

    Renato Rizzi — Port Elizabeth

    Premessa
    Dopo un lungo ‘esilio’ dalla sua terra Ernst Struwig è ritornato finalmente in Sud Africa. Un destino inatteso quanto inaspettato. Ora insegna alla Facoltà di Architettura della NMMU, a Port Elizabeth. Per quasi tre decenni ha vissuto invece a Venezia. All’inizio, appena giunto in Italia, pur essendo già laureato, l’ho salutato da studente, (in occasione del primo corso di progettazione di Peter Eisenman all’IUAV). Alla fine, l’ho salutato da collega, dopo anni di lavori in studio. Questi accenni biografici solo per giustificare che la mia presenza alla NMMU non è dipesa dal caso. Bensì da un vincolo. Quello dell’amicizia e della stima verso una persona che ha dovuto faticare molto nella vita senza mai perdere per questo la sua dedizione all’architettura. Lo ripeto, nulla di fortuito. O forse a ben vedere il destino di una storia nella quale si sono intrecciate vite e luoghi diversi. Così il Sud Africa lentamente si è decantato nella mia immaginazione attraverso il ritmo quasi quotidiano dei suoi racconti familiari. Memorie felici e dolorose, sogni e amarezze di esperienze vissute.

    Renato Rizzi — Port Elizabeth

    The STRENGTH of SILENCE
    Ampliamento del NMMAM, P.E.

    La resistenza dei valori.
    Ma tra il Sud Africa e Venezia c’è molto ancora. Sebbene lontane dall’equatore, tra queste due realtà scorre una corrente invisibile. Qualcosa di sotterraneo e proprio per questo ancora più potente, indominabile. Stiamo parlando di un’energia che appartiene allo spirito degli uomini come all’anima delle cose: la “resistenza”. Quel substrato comune, che vincola nello stesso modo virtù umane e potenze naturali. Vale per noi e per le cose. Infatti nella “resistenza” si coagula il principio di conservazione della vita, della sopravvivenza. Per questo il suo nucleo intimo e profondo è indistruttibile, inesauribile. Anche perché non dipende in toto da noi. È una condizione metafisico-universale che appartiene all’origine. Le sue potenze indominabili si annidano nell’interiorità, si incuneano nella materia, si plasmano nelle forme. Mandela-Venezia, potremmo azzardare senza esagerare, hanno avuto comportamento simili.
    In Sud Africa la “resistenza” si è opposta all’apartheid. A Venezia la resistenza si è opposta alla “segregazione” della propria forma. In ambedue i casi il processo di opposizione si è affermato grazie ad una volontà ostinata, ad una caparbietà inflessibile. lo scopo? Salvare o salvaguardare l’identità. Di chi? Dell’uomo, della città. Eppure l’uno è il reciproco dell’altro. Infatti al tema fondamentale della “resistenza” si sovrappone quello della “convivenza”. O meglio, le forme del “convivere”, umano e urbano. Il presupposto di ogni civiltà nelle sue infinite variazioni: politiche, civili, religiose, culturali, economiche, linguistiche.

    La resistenza dei nomi: Architettura, Nelson Mandela, Port Elizabeth.
    Una terna inalienabile: siamo in una facoltà di “architettura”; a Port Elizabeth; di fronte ad un unico nome “Nelson Mandela” per due luoghi distinti: Università e Museo (tema del laboratorio). Quello che va evidenziato in questa sequenza riguarda la permanenza delle potenze oppositive che ritroviamo nei nomi e, di conseguenza, il substrato dei loro significati.
    Nella duplice radice di “architettura”, convergono: l’indominabile (arché) e il dominabile (techné). Un vincolo ignorato completamente dalla nostra cultura tecnico-scientifica. Infatti il dominabile (techné) ha “segregato” l’indominabile (arché). Un paradosso epistemico e perciò estetico. La causa profonda e ignorata dell’insignificanza progettuale, della banalità formale. Nella figura di Nelson Mandela convergono: l’ideale universale e la restrizione spaziale. Il valore della libertà e la cella di Robben Island. Ventisette anni di “segregazione” fisica e di isolamento spaziale hanno permesso all’ideale universale di tradursi in condizione reale, possibile e perfettibile. Nel nome di Port Elizabeth convergono: il dolore del singolo e le sofferenze della razza. Il dolore irredimibile di uno straniero (1) si erge a monumento; trapassa nel dolore tragico di un popolo; quel dolore assorbe ogni colore per diventare “nome” di una comunità, “effige” di una città.

    La resistenza dei luoghi.
    Port Elizabeth sull’oceano Indiano. Robben Island nell’oceano Atlantico. Nonostante la distanza i due luoghi sono connessi dallo stesso parallelo, 33 gradi Sud. La loro latitudine differisce appena di 7’. Quel minimo scarto fisiologico che permette comunque (facilitandolo) il passaggio dalle coordinate geografiche alle coordinate spirituali. Come se il Capo di Buona Speranza (una delle tre virtù teologali) proponesse ora un altro tipo di passaggio: dal piano fisico a quello metafisico. Dall’immanenza alla trascendenza. Sono passati appena due secoli dalla fondazione di P.E. Un tempo troppo breve per la crescita di una città, ma sufficientemente lungo per riflettere sulle sue forme. Sulle forme dei valori. E qui emerge un paradosso enorme. Lo sviluppo urbanistico di P.E. (2) ha cancellato ogni dimensione metafisico-trascendente che da sempre era l’anima dei luoghi. Come da sempre era incarnata nello spirito delle persone. Eliminata l’interiorità dei luoghi, eliminata l’interiorità delle persone. Ecco la grande “segregazione” interiore e metafisica ad opera della cultura pragmatico-funzionalista contemporanea. Come se la linea ideale del Capo di Buona Speranza fosse diventata ora un muro invalicabile che spacca in due l’intera nazione come il cervello delle persone. Niente passaggi niente connessioni.
    P.E. è stata pensata e costruita sull’idea astratta e neutra di uno spazio piatto, omogeneo, continuo. Non di “luogo”. Ma la personalità dei “luoghi” è lì, presente nella “resistenza” delle loro forme. La loro indominabile energia è percepibile in tutta la materia. Come si percepisce la dimensione metafisico-trascendente attraverso la loro geologia. Sono le potenze invisibili dell’intero visibile.

    L’impostazione del progetto per l’ampliamento del NMMAM
    Il museo posto all’ingresso di Saint George’s Park, sul culmine del plateau che domina la città e l’oceano sottostante, sembra un paradigma inatteso e significativo rispetto a quanto abbiamo appena scritto. Innanzitutto per il tema della “memoria” che travalica ogni cronologia storica. Poi per i “due” padiglioni. I loro volumi sembrano incorporare le coppie delle potenze oppositive appena descritte nei tre paragrafi precedenti: “valori”, “nomi”, “luoghi”. Ma solo ora siamo in grado di delineare i tratti principali del programma generale per l’ampliamento del museo. Infatti, il programma del progetto si articola in due grandi ambiti, ovviamente fortemente interconnessi tra loro.
    A- il programma dell’archè: epistemico-iconologico; sintesi dei tre paragrafi dedicati ai “valori”, ai “nomi”, ai “luoghi”.
    B- il programma della techné: pragmatico-funzionale; i requisiti spaziali e prestazionali sono stati elaborati dalla direzione del NMMAM (3). Il programma funzionale (b) trova quindi il suo impianto nel programma (a) epistemico. Mentre il programma epistemico, attraverso il metodo dei modelli, predispone l’impostazione del linguaggio formale del progetto. Infatti, durante le tre settimane di workshop, sono stati elaborati sette modelli preparatori (a scale diverse) per lo studio del paesaggio e del luogo, e otto modelli per lo sviluppo della nuova proposta architettonica di ampliamento.

    Il dispositivo del progetto.
    I vincoli teorici:
    1- il piano della città genera la nuova “visione” del parco;
    2- la “visione” del parco genera la nuova “scena” del museo;
    3- la “scena” del museo genera il supporto dell’ “ideale”;
    4- l’ “ideale” genera il substrato del “reale”.

    I vincoli spaziali dell’area museale:
    1- una delle aree più elevate di P.E. (circa 100m slm);
    2- all’ingresso del parco;
    3- orientata a est, verso l’oceano;
    4- compressa tra la strada, lo stadio, il cimitero.

    I cinque sistemi figurativi del progetto.

    Lo scavo
    Per tradurre il programma funzionale nel dispositivo del progetto il primo atto da prevedere è uno “scavo” (profondo m. 18 dal piano stradale) abbastanza ampio da poter contenere le due figure principali presenti nell’area: il museo e il cimitero. Ma l’idea dello scavo contiene in sé un principio ben più radicale della semplice azione fisica. Esso presuppone il principio d’”inversione” del processo urbano di P.E. Non più dalla costa verso l’interno, ma dall’interno verso la costa. Non si “sale” per raggiungere il cuore della città (il parco e il museo), ma da lì si “scende”. In questo senso il parco e il museo assumono un ruolo inatteso. Quello è il luogo da dove iniziano i percorsi per una “rigenerazione” reale e immaginativa di P.E. L’idea astratta si è ormai insinuata nelle vene geologiche del paesaggio (la resistenza dei luoghi), nell’ideale etico delle coscienze (la resistenza dei valori), nel principio epistemico delle parole (la resistenza dei nomi).

    I percorsi.
    Il St. George’s Park diventa il centro di irradiazione dei percorsi. Dalla Glass House e lungo i bordi di sviluppa un triplice sistema di percorsi (pedonali e non). Leggermente inclinati incidono il terreno per convergere naturalmente sul museo. Questi poi continuano diramandosi con le valli sottostanti. Il parco diventa non solo il vero grande ingresso per il nuovo museo, ma anche quel sistema pedonale che ripristina le connessioni con la ricca orografia del paesaggio.

    Il basamento.
    Per mantenere la collocazione attuale dei due padiglioni si proietta la loro sagoma verso il basso, fino al livello -18m. Si ottiene un basamento monolitico, con un perimetro che deve però essere leggermente allargato di circa 2m, a sostegno delle due architetture ormai pensili. Lo spazio maggiore risultante tra le due sagome serve per illuminare e ventilare le sale espositive ricavate all’interno. I blocchi dei due piedistalli saranno rivestiti con la stessa pietra dello scavo e non avranno alcuna apertura sui fianchi. Nello stesso modo saranno trattati tutti gli altri piani verticali e orizzontali risultanti dalle sezioni di scavo. L’immagine complessiva riflette la scoperta di un paesaggio geologico dimenticato sul quale attecchiscono le forme del nostro tempo.

    L’ingresso.
    A quota -18m i due basamenti sono uniti da un volume alto 5m. formando una piazza pensile. Dal suo baricentro si eleva un volume cilindrico a sostegno del Monumento ai Caduti. L’asse verticale dell’intera composizione. Di fatto, l’ingresso al museo. A livello -13m, sulla piazza, convergono tutti i percorsi che hanno origine dal parco per defluire poi lungo la valle sottostante. All’interno del cilindro si avvita un duplice sistema di rampe indipendenti per collegare quota 0 a -18. Sulla sommitàè prevista l’uscita al piede del monumento che eleva come uno scoglio in mezzo al “mare”.

    Il “mare”.
    L’elemento mai menzionato (e mai dimenticato): la vegetazione. E qui vale un’altra equazione dal sapore matematico se non fosse invece di derivazione ‘biblica’. Ciò che si sottrae alla natura alla natura si restituisce. Ciò che viene tolto al paesaggio al paesaggio si dà. Tutte le superfici libere dello scavo saranno alberate in modo che le loro chiome, raggiunta la maturità della crescita, possano coprire l’intera superficie della cavità. Inoltre, a livello ‘zero’, le chiome saranno regolarmente potate formando una fitta distesa orizzontale di verde. Il “Mare”. La grande “scena” del progetto.
    In questo modo si ottengono tre modalità della visione.
    A- salendo dalla città: i due padiglioni del museo e il monumento ai Caduti appaiono esattamente così come sono attualmente;
    B- sul ring della strada: le “arche” dei padiglioni, lo “scoglio” del monumento, la “zattera” del cimitero, galleggiano come isole sul “mare” color smeraldo; (e qui riemerge nel ricordo l’isola di Robben Island)
    C- scendendo dal parco: una progressiva immersione nell’ “acqua-vegetale” per scoprire l’inatteso paesaggio geologico del “museo”.

    Ideale e reale, dolore e sogno, libertà e restrizione, immaginazione e memoria, cronologia e atemporalità: le potenze-immagini invisibili del “museo” visibile.

    Renato Rizzi — Port Elizabeth


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    Conceiving the urban areas starting from the users is necessary to provide the space with identity. The project draw the lines of the traditional Chinese houses, reinterpreting them to obtain single-family dwellings at court, with a footprint of 150 square meters. Architecture shall be combined with rural traits. Reinterpretation of historical Chinese buildings organized following regular schemes and enclosed courts (Siheyuan) would allow a more human perception of the buildings. It is necessary to intervene on the functional and technological aspects preserving the typical morphologic traits of the village. The roof like a ribbon is wound on itself and is covered with solar panels that provide power supply for the building itself. Each unit has a green terrace that absolve the function of collecting the rain water in order to reuse for buildings purpose. A main square is facing the other neighborhood to connect the two different areas. Nature may not be disconnected by the urban context, because it is necessary to set an ecological balance. That’s why it is proposed a wide green corner with a public space and is adopted the system of vegetable gardens rented by the dwellers to produce small amount of food.

    Chiara Luchino — The Ribbon - Low Energy Consumption Housing for Farmers

    Chiara Luchino — The Ribbon - Low Energy Consumption Housing for Farmers

    Chiara Luchino — The Ribbon - Low Energy Consumption Housing for Farmers

    Chiara Luchino — The Ribbon - Low Energy Consumption Housing for Farmers


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    Folk style house in resort village Druskininkai (LT).

    Nerijus Sadauskas — Dzūkas yard

    Living house drawings + guest house drawings

    Living house / 163 m2. Guest house / 156 m2.

    Nerijus Sadauskas — Dzūkas yard

    Axonometric view (street side)

    Nerijus Sadauskas — Dzūkas yard

    Axonometric view

    Nerijus Sadauskas — Dzūkas yard

    Living house facade (entrance side)

    Nerijus Sadauskas — Dzūkas yard

    Living house facade


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    SCENOGRAPHY FOR SAITO KINEN FESTIVAL / BLUEBEARDS CASTLE

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    Bluebeards Castle was first published serially in 1910 with a joint dedication to Kodály and Bartók and completed as the opera in 1911. Musically, it has a mysterious atmosphere and a dissonance gives a heavy feeling of darkness. In the script, Judith and Bluebeard arrive at his castle, it is all dark and there are 7 locked doors around the perimeter wall. Judith insists that all the doors be opened, to allow light to his castle but Bluebeard refuses and asking Judith to love him without any questions. One by one, Judith insists to open each door, a stream of symbolically colored light comes forth and when she finally opens the seventh doors, she becomes the fourth wives and follows the others along a beam of moonlight. The door closes behind her, and Bluebeard is left alone as all fades to total darkness.

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    Based on the existing story, DGT constitutes the idea of internal landscape as scenography concept. By having eight walls which creates seven openings inbetween that represents door. A perimeter wall which divides inside and outside on a stage, illusion, projection, reflection, transparency and shadow of Bluebread or Judith appears or disappear on its surfaces by lights within a darkness. The wall was composed by 4 layers of material and structurally constructed in V-angle of 2,7×2,7×6,3M height and more than 500kg weight can be moved by 10kgN/point like one hands push. A single pivoting walls can constitute a numerous number of geometric composition. In order to create a specific atmosphere, the transformations represents each sceneries as story of space within its darkness.

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    Project Information:

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    Status: Completed Location: Matsumoto, Japan Dates: 2011 Area: 500 m² Commission Type: Private Client: Saito Kinen Festival Program: Opera scenography Music: Béla Bartók, Budapest Conductor: Seiji Ozawa, Tokyo Choreography: Jo Kanamori, Niigata Scenography: DGT, Paris Engineering: Hirotsugu Tsuboi Engineer, Tokyo Lighting: Masakazu Ito (Ryu, Kyoto) / Jo Kanamori Costume design: Yuichi Nakashima (artbrut), Osaka Duke Bluebeard: Matthias Goerne Judith: Elena Zhidkova Dancers: Noism 1, Noism 2 Orchestra: Saito Kinen Orchestra

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle

    DGT (DORELL.GHOTMEH.TANE / ARCHITECTS) — Bluebeard's Castle


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    The last glimmer of a fading legend, or a district in mutation: Ester Bruzkus and Patrick Batek reflect the vicissitudes of Rosenthaler Platz’s urban structure in their redesign of the former Delicious Doughnuts premises. At DEAN they have created a glamorous dance bar for an international audience with a maturity that goes beyond that old makeshift-Berlin-look, but that still suits the Berlin nightlife. Like the symbiosis of Berlin Mitte – both old and new –DEAN is gray on the outside but surprisingly glamorous inside. Behind the coal-black entrance, an elegant bar shimmers beneath a glittering gold ceiling. The floor is black mastic asphalt; the walls are of dark timber and mirrored slats. Guests are guided, as if on a catwalk, along the length of the black marble bar to the dance floor, past soft seating in niches clad with dark-gray velvet – a perfect place to indulge in the excellent DEAN cocktails. And while the guests move towards the music, golden lights pulse above them in sync with the beat. Behind the dance floor, the lounge with its mirror slats offers drinks in a cool, relaxed atmosphere. A mirrored staircase leads down to the wardrobes and toilets – and to a DJ responsible for the lounge feeling here. In DEAN, part of the AMANO Group, you can party through until the early hours of the morning.

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Bar

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Lounge

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Lounge

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Dance floor

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Bar

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Lounge

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Logo

    Bruzkus Batek Architekten — Dean

    Staircase


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